14 luglio 2010

Quattro chiacchiere sul reiki

L’articolo precedente “Medicina tradizionale e terapie orientali: quali punti di contatto? Un possibile punto di vista” mi ha permesso di esporre il mio pensiero riguardo alle tecniche tradizionali dell’oriente; in questo post vorrei parlare di un metodo orientale che ho avuto modo di sperimentare personalmente: il reiki.
Si tratta di una terapia naturale le cui origini risalgono al Tibet di 2500 anni fa; nel XIX secolo fu riscoperto dallo studioso buddista Mikao Usui e, grazie a lui, è oggi praticato in tutto il mondo.
La parola reiki è giapponese: rei descrive l’energia che permea l’universo e tutto ciò che ci circonda, ki rappresenta la forza vitale degli esseri viventi. Durante le nostre attività quotidiane, consumiamo una certa quantità di energia e, se non siamo in grado di far fronte a questo dispendio di forza vitale per un lungo periodo, ci ammaliamo.
Quello che differenzia il reiki rispetto ad altre discipline orientali è l’accessibilità da parte di tutti[1]: non occorre una particolare predisposizione[2], chiunque ne può trarre beneficio. 
Il terapeuta reiki, basandosi sul principio che l’energia fluisce liberamente, si limita a farla circolare ed a trasmetterla là dove, per i motivi più disparati, essa viene a mancare. 
Il concetto di chakra ha la sua origine della tradizione indiana, ma è diffuso in tutto l’oriente: secondo questa tradizione, i chakra sono i centri che assorbono l’energia vitale circolante e la ridistribuiscono; le malattie sono dovute a disarmonie energetiche, che è possibile ristabilire agendo sui chakra.

Un trattamento completo di reiki si svolge in un ambiente estremamente tranquillizzante, spesso con un sottofondo musicale scelto appositamente per favorire il rilassamento: chi lo deve ricevere si sdraia su un lettino evitando di indossare anelli, bracciali, collane, orologi o indumenti troppo stretti.
Il terapista posa delicatamente le mani su punti ben precisi del corpo del paziente, seguendo una sequenza prestabilita: sulla testa, sulla parte anteriore e posteriore del corpo, in corrispondenza dei punti chakra. Il terapeuta mantiene ciascuna posizione per circa 3-5 minuti ed un trattamento completo, per una persona adulta, dura in media 60 minuti. Dopo una seduta la persona normalmente avverte una sensazione di profondo relax; solitamente, si consigliano 4 sedute consecutive affinché il corpo possa abituarsi e rilassarsi.
Personalmente ho riscontrato che questo tipo di trattamento funziona particolarmente bene per alleviare e/o risolvere patologie di origine dolorosa, come cefalee o dolori articolari; naturalmente il reiki è indicato anche per chi ha bisogno di ridurre lo stress e riposare meglio, o per coadiuvare i trattamenti di medicina tradizionale.
Mi sono spesso chiesta quali siano i meccanismi fisiologici che rendono il reiki efficace: a mio avviso, questa tecnica funziona perché aiuta l’organismo a rilassarsi e, quindi, il corpo diventa più resistente ed in grado di far funzionare meglio le sue difese naturali, riducendo gli stati infiammatori e dolorosi.

Ci sono, però, alcuni aspetti del reiki che non condivido, in quanto non possono avere, a mio avviso, alcuna base scientifica.
In primo luogo non sono d’accordo con il concetto di guarigione a distanza. I terapeuti reiki con un livello superiore al primo, ritengono, infatti, che si possa guarire una persona anche a distanza: non ho mai avuto modo di veder applicata questa tecnica ma sono decisamente scettica; il reiki funziona perché c’è un contatto tra il terapeuta e chi riceve il trattamento: il primo funge da canale per aiutare il secondo a rilassarsi ed a riequilibrare l’energia dell’organismo.
Non credo neppure all’efficacia delle tecniche di pronto soccorso o in chi dice che bastano pochi minuti o poche sedute di reiki per risolvere un problema di salute: sono necessarie costanza e assiduità per raggiungere un risultato significativo.
Consiglio a chiunque voglia provare un trattamento reiki di recarsi da persone che abbiano acquisito il primo livello. Apprendere il primo livello vuol dire, semplicemente, imparare quali sono le posizioni base del reiki e le diverse possibilità di trattamento, su se stessi o sulle altre persone; durante il seminario gli allievi sono incoraggiati ad esercitarsi ed a far pratica. In questo corso, il master reiki effettua una cerimonia di iniziazione che rende la persona in grado di trasmettere il reiki. A questo proposito vorrei fare una precisazione: a mio avviso, se una persona impara il trattamento reiki dal proprio terapista, successivamente lo può praticare su se stessa in totale tranquillità, senza ricevere necessariamente il primo livello, se non ne sente la necessità. È fondamentale imparare la tecnica: l’importanza del corso sta nell’apprendere i movimenti base; a mio parere la cerimonia di iniziazione non è essenziale per il funzionamento del trattamento.

Questo articolo vuole essere un modo per far conoscere il reiki attraverso i miei occhi, ma vuole rappresentare anche la speranza che possano essere fatti nuovi studi scientifici, al fine dimostrare l’efficacia di questa tecnica dolce nel controllo del dolore. A tale proposito, vorrei concludere citando tre studi clinici italiani sul reiki.
Tale studio ha preso in considerazione pazienti con emicrania ed ha potuto appurare che i benefici apportati da un ciclo di 8 trattamenti settimanali di Reiki permangono per almeno sei mesi dalla conclusione del ciclo stesso.
Questo studio ha permesso di concludere che, nel paziente anziano affetto da tumore in fase avanzata, il trattamento reiki può contribuire ad alleviare sintomi della malattia e può essere utilizzato a complemento delle terapie analgesiche farmacologiche.
Questo studio evidenzia come il reiki sembri agire positivamente sia come aiuto psicologico nei pazienti affetti da tumore, sia come supporto alle terapie convenzionali.

Tania Tanfoglio

Bibliografia
Alessandra Masseglia, Udgatri Ma Prem, Rei-ki. Anche le tue mani possono, Giunti Demetra, 1999
Giuliana Lomazzi, Reiki - Trovare l’armonia e il benessere con l’energia universale nelle nostre mani, Vallardi, 2000
Tanmaya Honervogt, Il Nuovo Libro del reiki - L'energia universale che guarisce, Edizioni red!, 2001

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[1] Sono comunque necessarie alcune precauzioni: il reiki è sconsigliato, ad esempio, alle persone che portano il pace-maker.
[2] Il primo livello è accessibile a tutti: il Reiki fin dalle sue origini è organizzato in 3 livelli, di cui il primo è quello fondamentale.

2 commenti:

  1. Complimenti per l'articolo e il blog!!!! Veramente ben fatto!!!!! 6 bravissima...un po' ti invidio ;0)
    Continua così!!!!

    Saluti Francesca

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  2. @Francesca: Grazie :-)
    Tania

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