14 luglio 2010

Quattro chiacchiere sul reiki

L’articolo precedente “Medicina tradizionale e terapie orientali: quali punti di contatto? Un possibile punto di vista” mi ha permesso di esporre il mio pensiero riguardo alle tecniche tradizionali dell’oriente; in questo post vorrei parlare di un metodo orientale che ho avuto modo di sperimentare personalmente: il reiki.
Si tratta di una terapia naturale le cui origini risalgono al Tibet di 2500 anni fa; nel XIX secolo fu riscoperto dallo studioso buddista Mikao Usui e, grazie a lui, è oggi praticato in tutto il mondo.
La parola reiki è giapponese: rei descrive l’energia che permea l’universo e tutto ciò che ci circonda, ki rappresenta la forza vitale degli esseri viventi. Durante le nostre attività quotidiane, consumiamo una certa quantità di energia e, se non siamo in grado di far fronte a questo dispendio di forza vitale per un lungo periodo, ci ammaliamo.
Quello che differenzia il reiki rispetto ad altre discipline orientali è l’accessibilità da parte di tutti[1]: non occorre una particolare predisposizione[2], chiunque ne può trarre beneficio. 
Il terapeuta reiki, basandosi sul principio che l’energia fluisce liberamente, si limita a farla circolare ed a trasmetterla là dove, per i motivi più disparati, essa viene a mancare. 
Il concetto di chakra ha la sua origine della tradizione indiana, ma è diffuso in tutto l’oriente: secondo questa tradizione, i chakra sono i centri che assorbono l’energia vitale circolante e la ridistribuiscono; le malattie sono dovute a disarmonie energetiche, che è possibile ristabilire agendo sui chakra.

Un trattamento completo di reiki si svolge in un ambiente estremamente tranquillizzante, spesso con un sottofondo musicale scelto appositamente per favorire il rilassamento: chi lo deve ricevere si sdraia su un lettino evitando di indossare anelli, bracciali, collane, orologi o indumenti troppo stretti.
Il terapista posa delicatamente le mani su punti ben precisi del corpo del paziente, seguendo una sequenza prestabilita: sulla testa, sulla parte anteriore e posteriore del corpo, in corrispondenza dei punti chakra. Il terapeuta mantiene ciascuna posizione per circa 3-5 minuti ed un trattamento completo, per una persona adulta, dura in media 60 minuti. Dopo una seduta la persona normalmente avverte una sensazione di profondo relax; solitamente, si consigliano 4 sedute consecutive affinché il corpo possa abituarsi e rilassarsi.
Personalmente ho riscontrato che questo tipo di trattamento funziona particolarmente bene per alleviare e/o risolvere patologie di origine dolorosa, come cefalee o dolori articolari; naturalmente il reiki è indicato anche per chi ha bisogno di ridurre lo stress e riposare meglio, o per coadiuvare i trattamenti di medicina tradizionale.
Mi sono spesso chiesta quali siano i meccanismi fisiologici che rendono il reiki efficace: a mio avviso, questa tecnica funziona perché aiuta l’organismo a rilassarsi e, quindi, il corpo diventa più resistente ed in grado di far funzionare meglio le sue difese naturali, riducendo gli stati infiammatori e dolorosi.

Ci sono, però, alcuni aspetti del reiki che non condivido, in quanto non possono avere, a mio avviso, alcuna base scientifica.
In primo luogo non sono d’accordo con il concetto di guarigione a distanza. I terapeuti reiki con un livello superiore al primo, ritengono, infatti, che si possa guarire una persona anche a distanza: non ho mai avuto modo di veder applicata questa tecnica ma sono decisamente scettica; il reiki funziona perché c’è un contatto tra il terapeuta e chi riceve il trattamento: il primo funge da canale per aiutare il secondo a rilassarsi ed a riequilibrare l’energia dell’organismo.
Non credo neppure all’efficacia delle tecniche di pronto soccorso o in chi dice che bastano pochi minuti o poche sedute di reiki per risolvere un problema di salute: sono necessarie costanza e assiduità per raggiungere un risultato significativo.
Consiglio a chiunque voglia provare un trattamento reiki di recarsi da persone che abbiano acquisito il primo livello. Apprendere il primo livello vuol dire, semplicemente, imparare quali sono le posizioni base del reiki e le diverse possibilità di trattamento, su se stessi o sulle altre persone; durante il seminario gli allievi sono incoraggiati ad esercitarsi ed a far pratica. In questo corso, il master reiki effettua una cerimonia di iniziazione che rende la persona in grado di trasmettere il reiki. A questo proposito vorrei fare una precisazione: a mio avviso, se una persona impara il trattamento reiki dal proprio terapista, successivamente lo può praticare su se stessa in totale tranquillità, senza ricevere necessariamente il primo livello, se non ne sente la necessità. È fondamentale imparare la tecnica: l’importanza del corso sta nell’apprendere i movimenti base; a mio parere la cerimonia di iniziazione non è essenziale per il funzionamento del trattamento.

Questo articolo vuole essere un modo per far conoscere il reiki attraverso i miei occhi, ma vuole rappresentare anche la speranza che possano essere fatti nuovi studi scientifici, al fine dimostrare l’efficacia di questa tecnica dolce nel controllo del dolore. A tale proposito, vorrei concludere citando tre studi clinici italiani sul reiki.
Tale studio ha preso in considerazione pazienti con emicrania ed ha potuto appurare che i benefici apportati da un ciclo di 8 trattamenti settimanali di Reiki permangono per almeno sei mesi dalla conclusione del ciclo stesso.
Questo studio ha permesso di concludere che, nel paziente anziano affetto da tumore in fase avanzata, il trattamento reiki può contribuire ad alleviare sintomi della malattia e può essere utilizzato a complemento delle terapie analgesiche farmacologiche.
Questo studio evidenzia come il reiki sembri agire positivamente sia come aiuto psicologico nei pazienti affetti da tumore, sia come supporto alle terapie convenzionali.

Tania Tanfoglio

Bibliografia
Alessandra Masseglia, Udgatri Ma Prem, Rei-ki. Anche le tue mani possono, Giunti Demetra, 1999
Giuliana Lomazzi, Reiki - Trovare l’armonia e il benessere con l’energia universale nelle nostre mani, Vallardi, 2000
Tanmaya Honervogt, Il Nuovo Libro del reiki - L'energia universale che guarisce, Edizioni red!, 2001

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[1] Sono comunque necessarie alcune precauzioni: il reiki è sconsigliato, ad esempio, alle persone che portano il pace-maker.
[2] Il primo livello è accessibile a tutti: il Reiki fin dalle sue origini è organizzato in 3 livelli, di cui il primo è quello fondamentale.

08 luglio 2010

Medicina tradizionale e terapie orientali: quali punti di contatto? Un possibile punto di vista.

In questo articolo vorrei esporre quello che, secondo me, è un possibile punto d’incontro tra scienza medica occidentale e tecniche curative orientali; inizierò con l’introdurre i concetti di omeostasi e di impulso nervoso, nozioni chiave della biologia, per poi passare alle nozioni di energia e di squilibrio energetico, tipici delle arti terapeutiche d’oriente.

Per funzionare correttamente e contribuire al benessere del corpo, le nostre cellule[1] hanno bisogno di condizioni stabili e costanti. In biologia con il termine omeostasi si indica la condizione di stabilità interna dell’organismo: il suo mantenimento è indispensabile per assicurarci salute e vitalità. Ogni organo, apparato o sistema[2] del corpo possiede uno o più meccanismi omeostatici che operano per mantenere regolari le condizioni interne, ad esempio la temperatura corporea o il livello di zucchero nel sangue.

Tali processi sono controllati dal sistema nervoso e da quello ormonale[3]. Il sistema nervoso rileva le variazioni dello stato di equilibrio del nostro corpo ed invia messaggi agli organi, sottoforma di impulsi nervosi[4], affinché possano ripristinare l’ordine; allo stesso modo, gli ormoni, prodotti da particolari ghiandole, agiscono su specifiche cellule bersaglio al fine di ristabilire il regolare funzionamento del nostro organismo.

Il sistema nervoso agisce rapidamente, tramite potenziali d’azione, il sistema endocrino opera più lentamente, producendo gli ormoni che, attraverso il torrente circolatorio, raggiungono le cellule.
Per capire meglio questi complessi meccanismi, indispensabili per la stabilità e la salute del corpo umano, possiamo vedere due semplici esempi: quando la temperatura corporea aumenta, il sistema nervoso stimola le ghiandole sudoripare a produrre sudore che, evaporando, abbassa la temperatura; l’ormone insulina, prodotto dal pancreas, induce le cellule ad utilizzare lo zucchero, evitando che il suo livello nel sangue aumenti eccessivamente, compromettendo il corretto funzionamento dell’organismo[5].

Si può quindi affermare che, fino a quando tutte le condizioni rimangono entro certi limiti, l’omeostasi del corpo è assicurata e l’organismo si mantiene sano; se il normale equilibrio omeostatico viene alterato, l’organismo si ammala.

Ora vorrei soffermarmi sul concetto di energia e sul meccanismo d’azione del sistema nervoso: esso è il principale mezzo di controllo e di comunicazione del nostro corpo; ogni pensiero, movimento o emozione sono il prodotto del suo funzionamento.
Tra le cellule che compongono il sistema nervoso vi sono neuroni, in grado di generare e trasmettere il potenziale d’azione: l’impulso nervoso, che passa da una cellula all’altra attraverso dispositivi di collegamento chiamati sinapsi, è una debole corrente elettrica[6] che si propaga rapidamente e permette alle cellule nervose di comunicare tra loro.
Le cellule del nostro corpo presentano una differenza di carica elettrica tra l’interno e l’esterno della loro membrana plasmatica[7], dovuta alla presenza di più sostanze, chiamate ioni[8]: l’energia associata all’impulso nervoso è generata dal flusso degli ioni attraverso la membrana.
Quando il neurone non invia impulsi nervosi, la differenza di carica elettrica a livello della sua membrana si chiama potenziale di riposo; uno stimolo è un qualsiasi evento in grado di modificare il potenziale di riposo e produrre un impulso nervoso. È, dunque, attraverso l’invio costante di informazioni che il sistema nervoso riesce a svolgere un articolato insieme di compiti, come: percepire un suono, camminare, parlare, ricordare o provare emozioni.

A mio avviso, quanto fin’ora descritto, comprovato da solide basi scientifiche, presenta alcuni punti di contatto con il concetto orientale di salute e malattia.
Le terapie orientali, infatti, considerano corpo e mente come un tutt’uno e vedono la malattia come squilibrio energetico. Le patologie sono causate da uno scorrere eccessivo, un accumulo o una mancanza di energia nella rete di canali, chiamati meridiani, che mettono in rapporto ogni parte dell’organismo umano: le funzioni di cellule, tessuti, organi, apparati e sistemi sono interconnesse. I centri di energia sono i chakra, situati lungo la colonna vertebrale: essi agiscono come distributori e recettori di energia vitale. Scopo delle arti terapeutiche alternative come l’agopuntura, il reiki, lo shiatsu o il massaggio è appunto quello di ricreare l’equilibrio e riportare l’organismo ad uno stato di benessere.
Si può, quindi, dire che le terapie orientali attribuiscono a degli scompensi energetici la causa delle malattie, mentre la medicina occidentale parla di omeostasi, un equilibrio la cui alterazione è alla base delle patologie del corpo umano. Inoltre, anche il concetto di energia non è estraneo alla scienza medica dell'occidente: il sistema nervoso, principale elemento di controllo dell’organismo, comunica proprio attraverso impulsi, ai quali è associata una certa quantità di energia.

Con questo articolo ho voluto semplicemente esporre un punto di vista, nella speranza che aiuti a riflettere e a vincere lo scetticismo, nell’attesa che si possa raggiungere l’obiettivo di un’integrazione tra la medicina occidentale e le abilità terapeutiche dell’oriente: infatti, si tratta di tecniche dolci di distensione che aiutano anche nell’affrontare il dolore e si prestano molto bene come trattamento di appoggio e di integrazione delle cure mediche tradizionali, per le più svariate patologie.
A mio avviso, qualunque percorso curativo si intenda scegliere, non bisogna mai dimenticare che nessun terapista o medico onesto promette guarigioni miracolose e che, per ottenere un risultato concreto, è necessaria molta costanza: non si raggiunge una forma fisica migliore praticando sport saltuariamente e neppure un farmaco dà gli esiti desiderati se la cura non viene seguita con scrupolo e continuità; allo stesso modo i trattamenti orientali, affiancati alle terapie consigliate dal medico curante, vanno seguiti con impegno e regolarità.
Infine, vorrei sottolineare che è fondamentale avere un dialogo aperto e sincero con il proprio medico e comunicargli qualunque percorso terapeutico si intenda affrontare: solamente in questo modo, infatti, possono emergere, eventualmente, controindicazioni o interferenze con le cure che si seguono abitualmente.

Esclusivamente partendo da questi presupposti, le tecniche tradizionali dell’oriente rappresentano, secondo la mia personale opinione, uno strumento utile ad ampliare le nostre conoscenze ed un’occasione in più per raggiungere il benessere. Tuttavia, è necessario tenere presente che accostarsi ad una pratica orientale, per una persona nata e vissuta in occidente, vuol dire anche trovarsi di fronte a concetti inconsueti, o presentati in un modo diverso dall’usuale e, proprio per questo motivo, recepiti con scetticismo. Per questo motivo penso che, per avvicinare queste tecniche alla nostra cultura, sia necessario eliminare parte dell’alone di misticismo e mistero che le circonda, utilizzare una terminologia più familiare e, soprattutto, tentare un approccio nuovo, scientifico e razionale, per comprendere che non mancano, tra le due culture, punti di contatto e che le due scienze possono integrarsi e sostenersi vicendevolmente.

Tania Tanfoglio

Bibliografia
Gerard J. Tortora, Bryan Derrickson, Conosciamo il corpo umano - Anatomia, fisiologia, educazione alla salute, Zanichelli, 2009
Alessandra Masseglia, Udgatri Ma Prem, Rei-ki. Anche le tue mani possono, Giunti Demetra, 1999
Lidell Lucinda, Il libro del massaggio, Lyra Libri, 1986

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[1] Unità di base del nostro organismo.
[2] Un apparato è un complesso di organi, formati da diverse tipologie di tessuti (ad esempio: apparato digerente); un sistema è, invece, formato da una sola tipologia di tessuto (ad esempio: sistema nervoso).
[3] Il sistema ormonale viene chiamato anche sistema endocrino.
[4] Il termini tecnici l’impulso nervoso viene chiamato anche potenziale d’azione.
[5] La presenza di elevati livelli di zucchero nel sangue causa il diabete.
[6] Si misura in millivolt. 1 millivolt = 1/1000 volt; per avere un’idea basta pensare che due pile da 1,5 volt fanno funzionare una radio portatile.
[7] Involucro protettivo che riveste la cellula: consente e regola gli scambi con l’ambiente esterno.
[8] Si tratta di sostanze chimiche dotate di carica. Ad esempio, gli ioni sodio, gli ioni magnesio o gli ioni potassio.

11 giugno 2010

Il DNA: una molecola semplicemente affascinante

Con questo articolo ho partecipato a Spread science, un concorso di MolecularLab per la divulgazione scientifica: il mio scritto si è classificato tra i primi sei!
Un grazie particolare a Deo e Max per i preziosi consigli e soprattutto a Mily per la grafica! Grazie anche a tutti quelli che hanno votato il mio articolo!
Buona lettura!

Il DNA, acido desossiribonucleico, è la molecola che contiene le informazioni necessarie per il funzionamento di ogni essere vivente: le informazioni genetiche, che ciascuno di noi eredita dai propri genitori.Il DNA controlla l’attività della cellula, unità elementare di ogni organismo, ed è custodito all’interno del nucleo cellulare, il cui compito è proprio quello di proteggere la lunga e fragile molecola dell’ereditarietà.Le cellule sono grandi circa un centesimo di millimetro, ma accolgono all’interno del loro nucleo ben tre metri di materiale genetico; questo è reso possibile da un insieme di proteine, gli istoni, che si associano al DNA, consentendogli di farsi estremamente compatto.L’acido desossiribonucleico ha la forma di una doppia elica. Da un punto di vista chimico, la parte esterna è formata da zuccheri pentosi, cioè a cinque atomi di carbonio, alternati a gruppi fosfato; la parte interna è composta da basi azotate, tenute unite da deboli legami chimici. Le basi azotate sono quattro e si uniscono secondo le regole identificate da Watson e Crick nel 1953: l’adenina (A) si lega alla timina (T) mentre la citosina (C) si lega alla guanina (G). Proprio per questa caratteristica distintiva si dice che il DNA è formato da due filamenti complementari. Uno zucchero pentoso (il deossiribosio, da qui il nome della molecola), un gruppo fosfato ed una base azotata formano l’unità elementare del DNA: i nucleotidi. La disposizione in sequenza delle quattro basi forma il codice genetico, le cui caratteristiche sono all’origine delle peculiarità di ciascuno di noi.
Come già accennato, il DNA coordina le attività della cellula; garantisce, inoltre, la sintesi (cioè la costruzione) delle proteine, molecole indispensabili per lo sviluppo ed il funzionamento dell’organismo. Le informazioni necessarie sono scritte nel DNA, sottoforma di precise sequenze di basi azotate: ogni cellula è in grado di leggere ed identificare le informazioni di cui ha bisogno.
Per attingere a tali dati, mette in atto un processo, chiamato trascrizione, che copia l’informazione dall’acido desossiribonucleico: il risultato è una molecola lineare molto simile al DNA, chiamata RNA messaggero. Questo passaggio è di vitale importanza: sarà il messaggero ad uscire dal nucleo evitando che il DNA, fuoriuscendo dalla sua sede d’origine, si danneggi, con conseguenze potenzialmente pericolose per l’intero organismo. L’RNA così formato fungerà da stampo per la sintesi proteica, che avviene grazie al lavoro di organelli specializzati: i ribosomi; essi sono in grado di leggere l’RNA messaggero a triplette (cioè tre nucleotidi per volta) e di sintetizzare la proteina corrispondente.
La maggior parte delle cellule si riproduce per permettere al nostro corpo di crescere e di sostituire le cellule invecchiate: questa duplicazione cellulare prende il nome di mitosi.
La meiosi è, invece, il processo che porta alla formazione dell’ovulo e dello spermatozoo, con un patrimonio genetico dimezzato rispetto a quello di partenza: dalla loro unione si ripristina il corredo genetico iniziale e si forma un nuovo essere vivente.
Entrambi i processi di divisione cellulare sono preceduti dalla duplicazione del DNA. Ogni cellula, infatti, prima di riprodursi, duplica il proprio materiale genetico; è un processo semi-conservativo: i due filamenti della doppia elica si srotolano e fungono da stampo per la sintesi di due nuovi filamenti complementari. Ciascuna nuova elica contiene, quindi, un filamento vecchio ed uno nuovo, che formano una molecola strutturalmente identica a quella di partenza. Solo a questo punto la cellula può duplicarsi e fornire alle cellule figlie la corretta quantità di materiale genetico.
Durante la mitosi e la meiosi il nucleo si disgrega ed il DNA si organizza in cromosomi. Si tratta di strutture a bastoncino, che rappresentano il DNA già duplicato, il cui numero varia nei diversi esseri viventi. Nella specie umana i cromosomi sono organizzati in 23 coppie: le prime ventidue rappresentano i cromosomi omologhi (cioè simili); la ventitreesima è quella che identifica il sesso dell’individuo. Ciascuna coppia è composta da un cromosoma di origine materna e da un cromosoma di origine paterna. I cromosomi dunque sono la forma nella quale si presenta il DNA durante la duplicazione della cellula e contengono i geni, ovvero le sequenze di nucleotidi che determinano gli elementi genetici distintivi di una persona. In tali sequenze possono verificarsi degli errori: le mutazioni, che sono alla base delle malattie genetiche e di gravi patologie, come i tumori.
Trovo semplicemente affascinante che una molecola, costituita solamente dalla combinazione di quattro elementi, sia il fulcro dal quale traggono origine non solo l’organismo umano nella sua complessità, ma anche tutti gli altri esseri viventi, dai più semplici ai più complessi, in una multiforme ed articolata varietà di sfumature e di vita.

Tania Tanfoglio


Bibliografia
Alberts B., et al., (1995), Biologia molecolare della cellula, Bologna: Zanichelli, 3 ed.
Strachan T., Read A.P., (2003), Genetica umana molecolare, Torino: Utet, 2 ed.

11 maggio 2010

Nobel per la medicina 2009: gli studi sui telomeri

Come primo post, ho deciso di pubblicare l'articolo con il quale ho vinto il concorso "DESCRIVI UNA RICERCA DA NOBEL E VINCI!" sul sito http://www.gravita-zero.org/

Ringrazio Max e Deo per la collaborazione!!

Quest’anno il premio Nobel per la Medicina è stato assegnato ad Elizabeth H. Blackburn, Carol W. Greider e Jack W. Szostak, tre ricercatori statunitensi, per i loro studi sui telomeri.
Per capire l’importanza di queste ricerche bisogna fare un passo indietro e partire dal concetto di cellula. Una cellula è la più piccola unità di un essere vivente, in grado di svolgere precise funzioni. Le sue dimensioni sono estremamente ridotte: circa un centesimo di millimetro. Le cellule, cooperando insieme, permettono al nostro corpo di funzionare correttamente.
Al loro interno troviamo il DNA, il materiale genetico che ne dirige e controlla tutte le attività. Nonostante le loro dimensioni microscopiche, le cellule hanno al loro interno circa tre metri di DNA. Una quantità così grande di materiale genetico si trova avvolta come un gomitolo all’interno di un involucro protettivo, chiamato nucleo.
La maggior parte delle cellule del nostro organismo si riproduce permettendo al nostro corpo di crescere e di rinnovarsi. Quando una cellula si riproduce, si dice che entra in mitosi. In questa circostanza, il DNA assume una forma particolare: si tratta dei cromosomi, strutture simili a bastoncini, all’interno dei quali c’è, appunto, il DNA. L’uomo è provvisto di 23 coppie di cromosomi per ogni cellula. Ognuno di questi cromosomi ha caratteristiche proprie e contiene precise informazioni.
È a questo punto che entrano in gioco i telomeri. Si tratta, infatti, delle parti terminali dei cromosomi: una sorta di rivestimento che protegge le estremità dei cromosomi stessi.
La lunghezza dei telomeri, però, non rimane costante: le loro dimensioni, passando da una generazione di cellule alla successiva, diminuiscono in seguito al processo di mitosi.
Le loro dimensioni si riducono fino a quando la cellula non riesce più a duplicarsi correttamente. In queste condizioni la cellula mette in atto quello che è noto come apoptosi, cioè un suicidio cellulare programmato, e muore.
Per capire meglio l’importanza degli studi sui telomeri bisogna introdurre un altro concetto: quello di enzima.
Nelle cellule ci sono moltissimi enzimi: si tratta di sostanze proteiche indispensabili per far avvenire tutte le trasformazioni necessarie alla vita. L’enzima noto come telomerasi è in grado di costruire (sintetizzare) nuovi telomeri e, quindi, di allungare la vita della cellula.
Riassumendo possiamo dire che: sui cromosomi ci sono dei cappucci ad azione protettiva che si consumano a causa della riproduzione della cellula; gli enzimi telomerasi sono in grado di costruire nuovi rivestimenti, prolungando la vita cellulare. Bisogna, comunque, tener presente che, di generazione in generazione, le cellule invecchiano e i telomeri si accorciano, nonostante la presenza delle telomerasi. Infatti, proprio a causa dell’invecchiamento delle cellule, l’attività degli enzimi telomerasi diminuisce progressivamente: i cromosomi perdono la loro protezione e la cellula, a lungo andare, non è più in grado di duplicarsi.
Le cellule tumorali sono immuni da questo processo: esse rimangono sempre giovani.
Molti tumori, infatti, sono in grado di aumentare l'attività dell’enzima telomerasi; in questo modo la cellula tumorale è in grado di duplicarsi praticamente all’infinito e questo contribuisce alla crescita del tumore stesso.
A questo punto, dovrebbero essere chiare le motivazioni per le quali il Premio Nobel per la medicina 2009 è stato assegnato ad Elizabeth H. Blackburn, Carol W. Greider e Jack W. Szostak. I loro studi hanno permesso di comprendere meglio i meccanismi alla base dell’invecchiamento delle cellule e, in futuro, probabilmente, potremo applicare queste conoscenze allo studio e alla cura del cancro, ad esempio, cercando di capire come bloccare l’attività dell’enzima telomerasi nelle cellule tumorali.

Tania Tanfoglio

Bibliografia
Alberts B., et al., (1995), Biologia molecolare della cellula, Bologna: Zanichelli, 3 ed.


Come richiesto da un mio gentilissimo lettore, ecco dove potete trovare ULTERIORI INFORMAZIONI:

È possibile consultare il sito del Nobel Prize, in inglese
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/


Ecco alcuni spunti:

Announcement of the 2009 Nobel Prize in Physiology or Medicine (21 minutes)
http://www.nobelprize.org/mediaplayer/index.php?id=1163

PRESS RELEASE 2009-10-05 
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/press.pdf

Advanced Information: Maintenance of chromosomes  by telomeres and the enzyme telomerase. Con IMMAGINI
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/advanced-medicineprize2009.pdf

Popular Information. Con IMMAGINI
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/popular-medicineprize2009.pdf

Illustrated Presentation
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/illpres.html

The Nobel Prize Award Ceremony 2009
http://www.nobelprize.org/mediaplayer/index.php?id=1200

The Nobel Banquet 2009
http://www.nobelprize.org/mediaplayer/index.php?id=1316

Elizabeth H. Blackburn
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/blackburn-facts.html

Jack W. Szostak
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/szostak-facts.html

Carol W. Greider
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2009/greider-facts.html